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Humana fragilitas:
Trame complesse dell'esistenza contemporanea

1 Aprile 2026 ore 18.00

Convitto nazionale statale

"Giordano Bruno"
Via S. Francesco D'Assisi, 119, Maddaloni (CE)

I NOSTRI LAVORI

Tutti siamo fragili. Il nostro corpo si può ammalare, la nostra mente può vacillare, il nostro cuore si può spezzare, possiamo venire travolti dalle circostanze.

Tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con i nostri limiti, le nostre paure, i nostri errori, le nostre insicurezze.

Ed è forse proprio questa vulnerabilità che ci unisce.

Eppure ciascuno di noi soffre in modo diverso, affronta e percepisce le difficoltà in modo diverso, perché l’esperienza di ognuno è diversa. Sarebbe sciocco, quindi, tentare di fornire una definizione ed una spiegazione oggettiva per il concetto di fragilità.

 

Non esiste una risposta chiara e precisa alla domanda: “Che cos’è davvero la fragilità umana?”

Per capirlo, dunque, ho deciso di chiedere a persone diverse, provenienti da contesti diversi, quali opere, fossero esse letterarie, artistiche, cinematografiche o musicali, li facessero sentire vulnerabili, inquieti, arrabbiati, riconosciuti e che, nel complesso, fossero in grado di metterli a nudo.

 

Le risposte raccolte hanno dato vita ad un mosaico straordinariamente vario e complesso.

 

Nella musica, la fragilità emerge spesso come una confessione personale, intima ma non per questo meno forte. La scelta di Brani dei Radiohead, come Creep e How to disappear completely e Daydreaming racconta

il sentirsi fuori posto, inadeguati, incapaci di trovare il proprio spazio nel mondo. Allo stesso modo la preferenza per canzoni come I dont wanna be you anymore Billie Eilish e Loving you is a losing game Amy Winehouse raccontano la vulnerabilità legata all’identità e all’amore: il rifiuto di se stessi, la consapevolezza

di amare anche quando fa male. Altri hanno scelto artisti, come Linkin Park e Nirvana, affermando che brani come Crawling, Lithium e Castle of Glass danno voce a una fragilità più intensa e rabbiosa, fatta di conflitti interiori e pressioni che schiacciano.

Eppure, accanto a questo dolore, esiste anche una fragilità che chiede attenzione e supporto: La cura di Franco Battiato o Preghiere in gennaio di Fabrizio De André parlano di protezione, di amore come spazio sicuro, di umanità che si sorregge a vicenda.

 

Nel cinema, la fragilità prende un volto, un corpo, una storia.

I personaggi citati non sono mai perfetti, ma pieni di incoerenze e contraddizioni:il dramma non emerge nella perfezione stereotipata, ma nella fragilità umana. Alcuni hanno dunque scelto Will Hunting, film all’interno del quale emerge tutta la vulnerabilità del giovane protagonista che nasconde il proprio dolore dietro l’intelligenza e l’ironia; altri hanno scelto Ragazze interrotte, rivedendosi nella straziante storia messa in scena che esprime una fragilità mentale che chiede ascolto e comprensione. Altre persone, invece scegliendo pellicole come Ladri di biciclette Io, Daniel Blake e Bread and Roses, le quali mostrano invece una fragilità di natura sociale: si tratta di storie in cui le persone comuni, meno fortunate, vengono schiacciate da un sistema più grande di loro, dove la dignità diventa fragile quanto la sopravvivenza. Mentre chi sceglie Il favoloso mondo di Amélie si rivede nella vulnerabilità timida e gentile della protagonista che cerca connessione senza sapere bene come chiederla.

 

La fragilità invece emerge con forza ed immediatezza attraverso l’arte visiva. Vi è chi sceglie l’emblematico Urlo di Munch simbolo di un angoscia pura, cruda che deforma il volto e pervade il resto del quadro. Alcuni esprimono preferenza per le opere di Vincent Van Gogh che, come il quadro Assenzio di Degas scelto da qualcun altro, mostrano solitudine e isolamento, alienazione; con La colonna spezzata di Frida Kahlo il dolore fisico e psicologico in un’immagine potente e spietata: il corpo ferito diventa simbolo di una fragilità che non viene nascosta, ma esposta con fierezza.

 

Infine, la letteratura dà parole a ciò che spesso resta indicibile. Le poesie di Alda Merini, come La pazza della porta accanto, raccontano una fragilità marginalizzata, quella di chi viene escluso, giudicato, etichettato. In Montale, con Il tuffatore e La casa dei doganieri, la fragilità è memoria, assenza, perdita: il senso di qualcosa che è stato e non può più tornare, lasciando solo tracce e domande.

 

E’ evidente, dunque, come l’arte, in ogni sua forma, sia in grado di suscitare emozioni fortissime e travolgenti e di ispirare messaggi universali comprensibili a tutti coloro che pongono nella condizione di coglierli. Essa è un linguaggio universale che parla alla parte più intima di tutti noi, toccando mente e anima ed un mezzo espressivo potentissimo. Ed è proprio in funzione di ciò che nasce la nostra mostra: dal desiderio di esplorare un tema tanto intimo e complesso ma allo stesso tempo universale come quello dell’umana fragilità.

 

Attraverso il dialogo tra opere e pubblico, la mostra intende abbattere le distanze: tra artista e spettatore, tra esperienza individuale e collettiva, tra fragilità e consapevolezza.

Con dipinti, fotografie, installazioni, musica e performance, che diventano linguaggi complementari in grado di dare voce a ciò che spesso resta inesprimibile, noi membri del KOSMO intendiamo dar vita ad uno spazio di ascolto e risonanza in cui le persone possano rivedere non solo le proprie insicurezze, paure e sofferenze, ma nel quale esse possano ritrovare anche bellezza e speranza cosicché nuove profonde connessioni possano essere create e nuove possibilità di senso possano essere aperte, oltre i confini dell’arte.

© 2026 by Fabiana Borrata & Marika Ferraro 

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